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Bhagavad Gita

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On 11 Dicembre 2012
Last modified:5 Luglio 2014

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Dopo la recensione de L’eterno canto di Bhagavan, traduzione e commento della Bhagavad Gita a opera di Giorgio Del Vecchio, veniamo al consueto articolo di approfondimento dedicato ai testi di crescita personale con contenuti interessanti.

L’eterno canto di Bhagavan - La Bhagavad Gita 5.000 anni dopo (spiritualità)Titolo: L’eterno canto di Bhagavan.
Autore: Giorgio Del Vecchio.
Argomenti: spiritualità.
Editore: Anima Edizioni.
Anno: 2008.
Voto: 7.5.
Recensione: qui.
Dove lo trovi: MacrolibrarsiIl giardinoAmazon.

 

Dopo la recensione de L’eterno canto di Bhagavan, traduzione e commento della Bhagavad Gita a opera di Giorgio Del Vecchio, veniamo al consueto articolo di approfondimento dedicato ai testi di crescita personale con contenuti interessanti.

Importanti, direi in questo caso, e non a caso la Bhagavad Gita è da millenni considerato uno dei testi di spiritualità più importanti dell’Oriente e dell’umanità intera.

La traduzione in rima lo rende accattivante da un punto di vista sonoro, anche se probabilmente non agevola il lavoro di comprensione razionale dell’opera (che può anche non esserci, intendiamoci, lasciando fluire testo e concetti ed energia dentro di sé al di là del capire tutto con la mente).

Andiamo a leggere allora alcuni brani del suddetto testo, in modo da avere qualche spunto utile e da capire se fa al caso nostro.
Cominciamo da un brano in cui si parla dell’impegno spirituale e di come nessun progresso in questo ambito vada mai perduto, in questa o in altre vite successive.
“Con la pietra della Scienza, che fa luce dell’azione,
ogni fare che si desta fa da scudo a ritorsione.
Nello zelo di mutare la natura dell’agire,
non è perdita, né calo, né paura di fallire.
Ogni atto che riluce in amore e devozione,
può fugare di misura in chi rantola, il timore.
Chi fluito nello scopo, come acqua tira dritto,
anche dopo dure prove, il suo fine resta intatto.
Ma chi uso a dubitare, né disdegna venir meno,
in un nugolo di rivoli si parte da cammino.
L’uomo rozzo nel sapere che trasuda la tensione,
si consacra come mulo alla cieca devozione.
E le mete suggerite ove fede lo comanda,
sono note di richiamo ora a questa, quella tromba.
Qui si trova la maniera di rinascere fra deva,
là si offre l’alchimia, che si vale di magia.
Quanto a nascere tra ricchi, o ricevere potere,
non è cosa che si nega a chi razzola con fede.”

Ora un brano sul conflitto tra l’impegno spirituale verso il divino e le tentazioni dei sensi.
“Chi si tiene a me ben stretto, non matura mai più frutto,
di miserie, solo spettro.
E di sé, presa coscienza, regna presto intelligenza.
Chi però, ci vede-sente sotto vuoto corpo-mente,
non assurge nel presente, ma rincorre o sopravanza
con la vita, la distanza.
Se l’ignaro se la dorme come albero che tace,
non fa fiore vera pace, e chi mai sarà felice?
Come barca alla deriva, in balia d’un vento forte,
se dei sensi uno attira, mente cede a tale corte,
isolata con urgenza, la severa intelligenza.
Solo chi da sensi guitti non si fa menar per naso,
reso scaltro ai loro guizzi, ben discerne in ogni caso.
Ogni notte per tutti quanti, per alcuni è senz’altro veglia
E la veglia per i dormienti, è la notte per chi sorveglia.”

Andiamo ora a un dilemma: per proseguire sulla strada spirituale, meglio una vita d’azione o una vita di rinuncia-distacco? Krishna è molto chiaro nella sua risposta ad Arjuna.
“Le due strade son la stessa come fine o direzione,
l’una o l’altra vanno bene, per sbucare da ragione.
ma chi a Me rassegna i frutti, ben va oltre l’intenzione
di recedere da atti, con rinuncia od omissione.
Chi non freme, né s’adorna di quel po’ ch’ha maturato,
incurante di dualismi, è già desto, illuminato:
superando l’incertezza, che nei dubbi fa le foglie,
va sereno alla rinuncia, che di colpe lo proscioglie.
Solo quando uno annaspa senza vera devozione,
scinde karma o bhakti yoga dalla sola comprensione:
saggi, pure, ben attenti, a far vela nell’azione,
sanno che dell’altra via, l’una vive, si compone.”

E ora Krishna ci fa il “profilo” di chi è entrato in contatto con l’essenza divina, al di là dell’illusione dei sensi.
“Chi non cede a odi, invidie e con tutti vive in pace
nella gioia, nel dolore, nella predica verace,
chi non teme prove o spine, né s’abbatte nel dolore,
scevro d’ansie di rapine, vincolato a Me nel cuore,
chi non cade, né subisce nel cammino, l’ordinario,
e si prodiga per tutti, ove manca il necessario;
chi non trema, né vacilla, per la fama o il disonore,
tollerante d’ogni clima, incurante a buone nuove;
sempre umile, silente nella sede naturale,
solo, povero, indigente o nel bene materiale;
puro, libero da karma, desideri o presunzione,
uno vero che Mi serve al di là dell’illusione.”

Chiudo con un brano molto bello sulla comprensione dell’unità, e dell’onnipresenza divina.
“Ogni sé tra l’energia non ha inizio nel creato,
ove sboccia tuttavia come frutto rovesciato.
Causa, fonte a interazione, la natura, l’energia,
in virtù cela passione, ignoranza, l’apatia.
Ma nel sé, dolore e gioia hanno pila naturale,
lungo l’arco tra le soglie, nei perigli del duale.
Pure in quel che azione rende,
ove langue un sé rapito, ha dimora l’Innocente,
mai da sensi concupito.
Lui, Pilota d’ogni mondo, Bene Eterno, Lenitore,
Avatàra tra la gente e Profondo, d’ogni cuore.
Chi sa bene cosa lega sé, natura, interazione,
sia che lotti o si conceda, ha da Me, liberazione.
Io nel cuore Suono Eterno nella mente, l’Intuizione,
d’ogni fato, Muta legge, d’ogni opera, Signore.
Chi non sa, però consente a rigor, quale che sia,
fare vita conseguente, a virtù, la retta via,
se così, fedele attende, troverà Parola Mia.
Ogni Sé sovrano ha sede come ombra, incatenato:
ode, tocca, vede, crede nel suo guscio, malcelato.
Chi però, migrare vede Me col sol di chicchessia,
sa che l’Uno, Nodo Eterno, non ha morte, prigionia.
Io, Silente Paramatma, Dono Eterno d’Intuizione,
a virtù, passione e rabbia, Sol e Uno Testimone.
Chi Me vede, sa, rivela nella casa d’ogni cuore,
in un ghigno, muso, faccia, o nell’abito di fiore,
quasi otri di tre mondi non ardissero celare,
uno vero che Mi serve al di là di bene a male.
Tutto ciò, ahimé diviene, cade, nasce, è la natura!
Solo corpi sulle scene, sé fa Anime in Clausura.
Epperò, chi tutti vede come sé non ha paura,
ogni forma, chi la crede, muta veste, trasfigura.
Corpi vari nella foggia, ma di luce, l’alchimia,
solo gocce nella pioggia, vacue bolle d’energia.
Chi di là virtù, già vede è nel fondo liberato,
cade muro della fede ove sé non è mai nato.
Pur avvolto nella mota, egli è Natura Mia,
Ella, Libera, Devota, non imprende, né forvia.
Come aria si diffonde, tura, avvolge in una scia,
così anima profonde sé nei corpi d’energia.
Come sole nella folla di gran mondi luce invia,
chi nel corpo fa da stella vi risplende come Mia.
Chi sa bene cosa cela tra le soglie, l’ordinario,
ben conosce quale filo lega forma, proprietario.
E col lume della Scienza che separa tale unione,
ogni opera discerne al di là dell’illusione.”

Bene, sperando come sempre di essere stato utile ai miei lettori, pur con un articolo di approfondimento così particolare (ma quanti di noi finora hanno letto questa classico della spiritualità?), con L’eterno canto di Bhagavan – La Bhagavad Gita 5000 anni dopo ho terminato.
A presto e tante belle cose a tutti.

Fosco Del Nero

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