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Salvatore Brizzi

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On 17 Luglio 2012
Last modified:2 Maggio 2017

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Eccoci giunti all’articolo di approfondimento del video Alchimia contemporanea, di Salvatore Brizzi.
Come usuale, ho selezionato per voi alcuni spunti interessanti.

Alchimia contemporanea - Salvatore Brizzi (approfondimento)Titolo: Alchimia contemporanea
Autore: Salvatore Brizzi.
Argomenti: esistenza, crescita personale, alchimia.
Editore: Tecniche Nuove – Anima Edizioni.
Anno: 2009.
Voto: 8.
Recensione: qui.
Dove lo trovi: MacrolibrarsiIl giardinoAmazon.

 

Eccoci giunti all’articolo di approfondimento del video Alchimia contemporanea, di Salvatore Brizzi.
Come usuale, ho selezionato per voi alcuni spunti interessanti.

Partiamo da cosa intende Brizzi per alchimia.
“Io intendo l’alchimia come un percorso di trasformazione interiore. Quindi un percorso sia di tipo psicologico, sia di tipo spirituale.
Lo scopo ultimo dell’alchimista è quello di ritornare a sentirsi l’Uno, di realizzare l’unità primeva.
Ognuno di noi, anche se non ha praticato l’alchimia, crea la sua realtà.
Come possiamo accelerare questo processo di costruzione alchemica dell’anima?
Il segreto degli alchimisti è il ricordo di sé.”

Ora uno spunto sull’autosservazione.
“Iniziare a fare un lavoro su di sé vuol dire proprio eleggere un testimone, una parte di noi che inizia ad osservare: un osservatore. Per questo il concetto centrale dell’alchimia è l’osservazione, l’autosservazione.
Si dice infatti che l’osservazione è l’inizio e la fine del lavoro su di sé. Basterebbe semplicemente osservarsi con sincerità e senza giudizio per arrivare a ottenere la fusione con l’Uno.
Pensate un po’ che potenza ha l’autosservazione.”

Andiamo ora al ricordo di sé.
“Un altro tipo di esercizi sono quelli più immediati, quasi come degli spot: mi ricordo di me tutte le volte che passo attraverso una porta, mi ricordo di me tutte le volte che accendo un interruttore, mi ricordo di me tutte le volte che mi alzo o mi siedo su una sedia, mi ricordo di me tutte le volte che aziono la freccia mentre sto guidando.
[…] Il ricordo di sé implica sempre uno sforzo: io non posso ricordarmi di me meccanicamente, non è una cosa che accade nella mia vita così, anche se non ci penso. Mantenere il ricordo di me significa che devo sforzarmi di farlo, devo esserci, devo impiegare una certa energia. Infatti è proprio questa energia che poi va a costruire il mio corpo di gloria.”

Adesso andiamo a leggere una bellissima metafora sull’essere umano (peraltro, assai risalente).
“Un’altra bella metafora che viene utilizzata per illustrare quella che è la situazione dell’essere umano e dei vari aspetti dell’essere umano è la metafora della carrozza e dei cavalli.
Immaginiamo di avere una carrozza trainata da cavalli; sopra la carrozza c’è un cocchiere e dentro la carrozza c’è quello che è il padrone, il passeggero, colui che decide la direzione.
Cosa rappresentano le varie parti di questa figura?
La carrozza è il corpo fisico dell’essere umano. Tale carrozza-corpo fisico è collegato ai cavalli con delle staffe di legno, quindi un collegamento molto rigido.
I cavalli, normalmente due all’interno della metafora, rappresentano l’aspetto più passionale, l’aspetto sessuale e l’aspetto astrale-emotivo. Quindi l’energia trainante della carrozza, che poi è l’energia trainante dell’essere umano.
Al di sopra abbiamo il cocchiere, che è collegato ai cavalli con le redini; abbiamo quindi un collegamento che è meno forte di quello della carrozza con i cavalli, che invece è fisso. Questo significa che il cocchiere, per dominare i cavalli, faticherà di più.
Il cocchiere rappresenta la mente, l’intelletto dell’essere umano, che ha il compito di dominare le passioni dell’essere umano, l’energia sessuale e le emozioni, in modo da dare la direzione, e non sempre è facile fare tutto questo, e infatti non sempre il cocchiere ci riesce.
L’altro personaggio è il passeggero della carrozza, che rappresenta la nostra anima: è lui che deve dettare la direzione della carrozza, è lui che deve dire dove vuole andare.
Invece nell’essere umano, normalmente, sono le emozioni a decidere dove si sta andando, o addirittura il centro sessuale, o al massimo il cocchiere, quindi la parte intellettuale.
Raramente è l’anima, anche perché il collegamento tra l’anima e il cocchiere è quello più sottile in assoluto, cioè solo la voce.
Il sentire la voce dell’anima si riferisce proprio a questo: l’anima fatica a comunicare con il cocchiere, cioè con il centro intellettuale, proprio perché il collegamento è molto sottile.
Eppure il cocchiere da solo non sa dove andare.
Cosa può fare quindi?
Quando si rende conto che non sente la voce dell’anima, e non sa dove andare, deve cominciare a stare in silenzio.
Il cocchiere è abituato a gridare, a gridare ordini ai cavalli, ad essere agitato: è proprio la nostra mente, che, essendo abituata a pensare, a pensare e a pensare, non ha la forza, il tempo, la capacità di ascolto per sentire cosa sta dicendo l’anima. Eppure questo è indispensabile. È indispensabile che il cocchiere si tranquillizzi, e che magari faccia andare più piano la carrozza, perché se la carrozza va molto forte causa tanto rumore.
Il nostro corpo causa tantissimo rumore, e lo stesso i cavalli.
Quindi la parte della carrozza, dei cavalli e del cocchiere si deve tranquillizzare: solo allora può ascoltare ciò che sta dicendo l’anima, la cui voce può essere sentita se noi stiamo in una situazione di ascolto.
Quando il cocchiere si tranquillizza, comincia invece che guardare all’esterno, a guardare all’interno: il cocchiere, per poter rendersi conto di dove deve andare deve smettere di guardare quello che ha intorno, e cominciare a interiorizzare, ossia ad avere un atteggiamento introverso, rivolto all’interno, cioè prestare attenzione a quello che sta accadendo dentro la carrozza, perché dentro la carrozza c’è il passeggero, cioè l’anima, e lui sa esattamente dove andare.”
Consiglio a tutti di memorizzarsi tale metafora e riportarla alla mente ogni tanto… magari quando cavalli e carrozza fanno molto rumore…

Andiamo ora a un pezzo su giudizio e separazione, che temo che coinvolgano tutti o quasi… perlomeno, tutti coloro che non sono ancora illuminati.
“Nell’ambiente della new age, ma anche nell’ambiente dell’esoterismo e degli intellettuali alchimisti piuttosto che ermetisti va molto di moda dire che tutto è uno, siamo tutti fratelli, facciamo tutti parte della stessa unità, dobbiamo amarci e aprire il cuore.
È tutto molto bello, il problema però è che queste persone sono ancora immerse nel giudizio.
In questi anni mi sono accorto che anche le persone che da più tempo praticano meditazione, che da più tempo si dedicano a questi studi di tipo alchemico o comunque trasformativo, in realtà sono immerse nel giudizio. Cioè hanno sempre qualcuno contro cui puntare il dito.
Per esempio il nuovo ordine mondiale, piuttosto che il governo del proprio stato, piuttosto che la società attuale consumistica: c’è sempre qualcuno contro cui puntare il dito.
Questo è l’inganno del giudizio: da una parte io credo di stare lavorando su di me, e quindi aspiro all’Uno, aspiro a sentire l’altro come un fratello, ma se ciò rimane solo su un piano intellettuale succede poi che giudico, senza neanche accorgermene.
Per cui guardo la società e dico ‘la società è addormentata, è fatta da persone che non sono consapevoli’; guardo la società e mi accorgo quindi di dov’è il problema… ma il vero problema sono io, nel senso che guardando la società in questo modo la sto giudicando e neanche me ne accorgo.
Cioè giudicando la società creo proprio quella separazione che invece da un altro punto di vista voglio eliminare dalla mia vita.”

Ancora sul giudizio… e la timidezza.
“Quanti di noi hanno paura di parlare in pubblico? Quanti di noi sono timidi?
Cosa significa essere timido se non avere paura del giudizio degli altri?
Le persone non riescono a parlare in pubblico, o magari a esprimersi su un palcoscenico perché hanno paura del giudizio degli altri.
Ma chi ha paura del giudizio degli altri è semplicemente qualcuno che giudica tantissimo gli altri. È qualcuno che guarda il mondo e lo giudica, e giudica il mondo perché sta giudicando se stesso.
È tutto collegato.
[…] Il giudizio degli altri non esiste: è solo uno specchio di ciò che io già penso di me, ed è anche il modo in cui io tratto gli altri.”

Che cosa è dunque la realtà?
“Il mondo, ciò che noi chiamiamo universo, che chiamiamo realtà, ciò che crediamo sia fuori, cioè all’esterno della nostra coscienza, si trova in realtà all’interno della nostra coscienza: è creato dal nostro cervello e dal nostro sistema nervoso.
Noi lo vediamo coma qualcosa che si trova là fuori, immagini, colori, forme, noi le percepiamo come se fossero fuori di noi, ma in realtà sono interamente prodotte da un sistema nervoso e da un cervello.
Noi in realtà idolatriamo il mondo, crediamo che il mondo sia come un dio, là fuori. Un dio che a volte ci dispensa dei doni, e quindi siamo contenti, oppure un dio che a volte è severo e ci punisce, attraverso un furto o attraverso un abbandono.
Quindi continuiamo a delegare il nostro potere all’esterno, a questo dio. Siamo tutti degli idolatri.
E poi siamo superstiziosi, perché credere che possa esistere un mondo là fuori, che può farci delle cose cattive o delle cose buone, significa essere superstiziosi, significa credere negli dei, come si faceva una volta.
Certo, esiste la dualità soggetto-oggetto: è questa che ci inganna.
Cosa vuol dire? Che io mi percepisco come un soggetto, unaa coscienza, che sta all’interno di questo apparato psicofisico, una coscienza che è limitata a questo corpo, e vedo il mondo come una cosa che sta là fuori.
Ma questa dualità è illusoria: come dicono gli indù è maya, illusione, non c’è mai una dualità, è solo un’illusione creata per produrre la coscienza.
Ma c’è solo l’Uno, non c’è nessuno là fuori.”

Come interagire quindi con questa realtà?
“Sono le emozioni a creare gli eventi esterni. Sono i nostri modi di pensare a creare gli eventi esterni, e non viceversa.
Negli anni noi, provando sempre le stesse emozioni, cristallizziamo queste emozioni al nostro interno. Quindi quello che succede è che questa massa di emozioni, questo carico emozionale che noi abbiamo crea gli eventi che poi noi vediamo all’esterno. Quando io vedo l’evento, provo di nuovo quell’emozione, e quindi è un cane che si morde la coda, e il mio carico di emozioni cresce col passare degli anni.
Queste emozioni così diventano inconsce, e io creo gli eventi esterni in maniera inconscia.
Ma niente è improvviso, niente accade improvvisamente.”

Ora parliamo un po’ di ricchezza.
“Che cos’è la vera ricchezza?
La ricchezza è uno stato interiore, è uno stato dell’essere. La ricchezza è un’emozione superiore.
La ricchezza non è direttamente collegata al nostro conto in banca: io posso essere ricco indipendentemente da quanto è grande il mio conto in banca. Ciò che interessa a un essere umano non è avere tante banconote, a meno che non stiamo parlando di un feticista della banconota; ciò che interessa all’essere umano è sentirsi sicuro, è avere la sicurezza che un conto in banca molto grande può dare.
La sicurezza, quindi, non tanto la banconota.
Queste due caratteristiche, sicurezza e ricchezza, sono due stati dell’essere, cioè sono interiori.
Nel momento in cui io riesco a ottenere questa ricchezza interiore, perchè riesco a riprodurla dentro di me, allora anche la realtà materiale andrà a corrispondere a questo mio nuovo stato.”

Come attirare ricchezza e cose belle?
“La gratitudine.
Noi ci dimentichiamo di provare gratitudine. Siamo abituati a lamentarci per ciò che non abbiamo, per ciò che vorremmo avere e che ancora non abbiamo, e invece ci dimentichiamo di provare gratitudine per ciò che abbiamo in questo momento.
In realtà l’universo continuamente ci porta ricchezza e cose belle: dovremmo focalizzarci proprio su ciò che di bello e di ricco abbiamo in questo momento.”

Chiudiamo con il sogno di Salvatore Brizzi, che poi è anche un mio sogno riguardo al settore dell’educazione.
“Io ho un sogno: quello di fondare una scuola, un’accademia, che sia un’accademia dell’essere, e quindi possa aiutare i bambini, gli adolescenti e anche gli adulti, a sviluppare il loro essere interiore piuttosto che l’avere.
Perché l’avere è solo una conseguenza diretta dell’essere.
Cosa fa invece la nostra scuola di adesso? Non è per niente educativa nel vero senso del termine, non porta fuori dall’allievo qualcosa, le sue caratteristiche, le sue qualità, ma tende ad insegnare, cioè a tracciare un segno nell’allievo.
Cosa succede? Che l’allievo viene castrato, letteralmente.
Cosa succede nella scuola ufficiale quando devo insegnare a qualcuno? Che lo alleno a ripetere mentalmente delle nozioni, lo riempio di nozioni e poi lo valuto in base quanto è bravo a ripetermi le nozioni.
Questa non è educazione, non c’entra nulla con l’educazione.
Serve a creare dei servi, degli schiavi, serve a creare dei dipendenti. I quali poi sul lavoro non saranno imprenditori nel verso senso del termine, cioè non saranno persone geniali, non saranno artisti, non saranno individui con un sogno, ma saranno semplicemente i dipendenti, gli schiavi, i servi, che verranno incasellati all’interno di una società, che è la società del produci, consuma, crepa.
Cosa fa quindi la scuola? Comincia ad abituarti alla sofferenza che poi sentirai quando dovrai dipendere tutta la vita. Serve a rendere più sopportabile la sofferenza futura.
Io sogno invece una scuola completamente diversa, che crei invece degli eroi, degli artisti, dei veri e propri re della propria vita.”

Anche stavolta è uscito un articolo di approfondimento bello lungo, e pieno di spunti importanti.
Sperando come sempre che abbiate apprezzato, con Alchimia contemporanea di Salvatore Brizzi chiudo e vi do appuntamento alla prossima occasione.

Fosco Del Nero

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