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Ramesh Balsekar

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On 18 agosto 2014
Last modified:12 novembre 2017

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Dopo aver recensito La verità definitiva un paio di settimane fa, passiamo ora all’articolo di approfondimento, contenente alcune citazioni tratte dal libro di Ramesh Balsekar, uno dei più recenti maestri dell’advaita vedanta.

La verità definitiva - Ramesh Balsekar (esistenza)Titolo: La verità definitiva.
Autore: Ramesh Balsekar.
Argomenti: advaita vedanta, esistenza, spiritualità.
Editore: Ubaldini Editore.
Anno: 1989.
Voto: 7.
Recensione: qui.
Dove lo trovi: MacrolibrarsiIl giardinoAmazon.

 

Dopo aver recensito La verità definitiva un paio di settimane fa, passiamo ora all’articolo di approfondimento, contenente alcune citazioni tratte dal libro di Ramesh Balsekar, uno dei più recenti maestri dell’advaita vedanta, allievo del più noto Sri Nisargadatta Maharaj.

Cominciamo da alcune citazioni brevi, per poi concludere l’articolo con due brani più lunghi.
La prima citazione ci parla del momento del risveglio e delle premesse per esso necessarie.
“La comprensione della verità non si può conseguire; può soltanto accadere da sé, e avviene solo quando la mente si è svuotata di tutti i pensieri e di tutti i concetti.
Quando giunge, giunge quasi sempre all’improvviso, senza clamore, quando meno la si aspetta.
Ma quando arriva non può essere accolta se la mente non si è svuotata dell’io e se il cuore non è pieno d’amore.”

La seconda citazione, invece, ci parla della coscienza universale e delle coscienze individuali.
“Esiste solo la coscienza universale, simile a un oceano infinito sulla cui superficie si formano onde di varie forme e dimensioni.
Se le onde potessero pensare come gli esseri umani, un’onda piccola penserebbe di essere piccola e un’onda grande di essere grande, una penserebbe di essere calda e l’altra fredda, e unn’onda sul punto di frangersi potrebbe pensare di stare per morire.
La verità è che le onde sono soltanto apparenze sulla superficie dell’oceano, mentre l’unica realtà è l’acqua.”

Parliamo ora di cambiamento e di senso di sicurezza.
“Il senso di sicurezza e il suo bisogno nascono da un’errata comprensione del fondamento di quella che chiamiamo “vita”, soprattutto perché non consideriamo il cambiamento come un suo aspetto integrante.
Vorremmo fermare il film della vita a un particolare fotogramma scelto in base a quella che consideriamo la felicità. Se non vediamo che il cambiamento è la vita stessa, così come la corrente è il fiume, diventiamo come il serpente Uroboros che si mangia la coda.
L’unica possibilità è partecipare al cambiamento, non c’è altro modo, non è possibile evitarlo.
O ci immergiamo nella vita accettando il cambiamento come sale della vita, oppure facciamo resistenza ed entriamo in conflitto con noi stessi.
Se accettiamo la possibilità di dare significato alla vita in base a qualcosa di fisso, allora sì che la vita acquista significato!
Accettiamo che la natura della vita è il flusso e ci liberiamo dal circolo vizioso della ricerca di qualcosa di fisso. Ce ne liberiamo non tentando di sottrarci al cambiamento, ma immergendoci in esso, scorrendo con esso, unendoci alla danza e scoprendone lo spirito senza più cercare un senso nella mancanza di senso della danza stessa.”

Il precedente concetto può essere riferito in modo più sintetico e incisivo…
“Il cambiamento è vita e la vita è cambiamento.
L’errore non è nella natura, ma nella pretesa che il corso naturale si arresti in un particolare momento di benessere, laddove noi siamo l’attimo eterno privo di cambiamento, semplici testimoni delle mutevole interconnessioni che chiamiamo vita.”

Il che, a sua volta, potrebbe essere ulteriormente sintetizzato nel seguente aforisma.
“Ciò che è è esattamente ciò che Dio vuole in questo preciso istante.”

La prima delle due citazioni lunghe è relativa al procedimento di formazione dell’io individuale illusorio.
“È interessante e istruttivo comprendere il processo attraverso cui l’io crea una schiavitù in relazione con l’assoluto, e provoca infelicità e conflitto nel suo rapporto con il mondo esterno da cui si è esso stesso separato e alienato.
Non può esserci soluzione di continuità tra un’apparenza e la sua sorgente, come tra il riflesso della luna nell’acqua e la luna nel cielo. Per questo, da tempo immemorabile, l’uomo prova un senso intuitivo di insoddisfazione nella separazione prodotta dall’identificazione della coscienza impersonale e universale in ogni oggetto senziente. Ovviamente, questa separazione era necessaria per la formazione della dualità (la base della manifestazione fenomenica) di osservatore e osservato, soggetto e oggetto, piacere e dolore, e così via.
L’uomo si è sempre chiesto “Chi sono io?” perché, nel profondo, non si identifica del tutto nell’apparato corpo-mente. Questa stessa domanda è un’indicazione della sua identificazione intuitiva con la sua sorgente e del tentativo di ritrovare questa sorgente.
Nel sonno profondo non c’è separazione di alcun tipo, il sonno è identico per tutti. È uno stato di cui ogni essere senziente necessita e che desidera a intervalli regolari, perché è un nebuloso riflesso del nostro vero stato.
La primissima separazione avviene quando, nello stato primordiale dell’assoluto (la coscienza a riposo), si forma spontaneamente il pensiero “io sono” assieme alla concomitante comparsa dell’universo fenomenico, costituendo assieme la totalità della manifestazione. Ciò avviene per la sua stessa natura di totalità delle potenzialità (la pienezza del pieno).
La seconda separazione avviene quando in questo moto, che è l’energia originaria, l’io sono, la coscienza si identifica in ogni oggetto senziente, con la conseguente nascita del concetto “io” in seguito al quale ogni essere umano si ritiene un essere separato e autonomo. Questa separazione è tra me e il resto del mondo, che a questo punto viene considerato il nemico capace di distruggermi.
Allora, l’io tenta di rafforzarsi munendosi di ciò che considera “mio” (amici e rapporti personali), allargando così la propria sfera. Ovviamente la sfera del “mio” è di natura elastica, si espande e si contrae per includere quelli che in quel momento considera amici e per espellere quelli che considera nemici.
Il problema è che l’io sa che la separazione è falsa e che la sua vera natura è la perfezione priva di confini, ma manca la profonda comprensione che, per raggiungere la perfezione cui aspira, l’io deve morire, perché proprio l’io è la separazione che si vuole correggere.
L’illuminazione, il risveglio, la liberazione, puà avvenire soltanto con la chiara comprensione della realtà, di ciò che è qui e ora, e la sua caratteristica è che può avvenire solo quando l’io è cancellato.”

Veniamo così all’ultimo spunto tratto dal libro di Ramesh Balsekar, che ha a che fare con la dualità, gli insegnamenti religiosi, l’illusorietà dei sensi e la comprensione profonda.
“C’è una verità nel detto “Dare al diavolo ciò che gli spetta”, perché il riconoscimento delle due mani di Dio, quella buona e quella cattiva, è ciò che distingue l’aspetto esoterico di una religione da quello essoterico. L’aspetto esoterico è presente in tutte le religioni, e certamente in quelle istituzionalizzate, che in genere lo proteggono nascondendolo perché rappresenta il lato mistico della religione, che non è facilmente comprensibile.
L’uomo comune potrebbe rimanere confuso riguardo all’unità di fondo degli opposti e il tentativo di spiegare questo aspetto della religione a quanti non sono intellettualmente e spiritualmente pronti rischia non solo di creare confusione intellettuale, ma di rendere la vita normale quasi impossibile. Persino coloro che si sentono attratti dall’aspetto esoterico, e di cui sembrano comprendere i fondamenti, rimangono sconcertati quando un saggio come Nisargadatta Maharaj dice: “La comprensione è tutto; se è presente la comprensione, potete fare ciò che volete”.
Queste parole possono trasmettere al non iniziato l’idea che, con la comprensione, ha anche la libertà di compiere qualunque gesto immorale o reprensibile, ma è un’interpretazione assolutamente falsa e per questo Jnanesvar e altri saggi proibiscono di dare questa conoscenza a tutti e divulgarla in pubblico.
Ma c’è anche un altro motivo: questa conoscenza va data a quei pochi, a quella minoranza di ricercatori spiritualmente evoluti, di cui si ha fiducia che rispetteranno le regole del gioco. Lo spettacolo deve continuare e così la totalità della manifestazione e del suo funzionamento, il gioco cosmico a nascondino di Dio che non fa sapere alla mano destra quello che fa la sinistra.
Che cosa implica per il ricercatore la comprensione profonda del duplice aspetto dell’Uno? La prima fase è un’espansione della coscienza (benché in realtà la coscienza non si espanda e non si contragga) che corrisponde a sollevare il velo dell’ignoranza (il velo della maya), causa dell’apparenza della molteplicità e dell’alterità. Il cercatore, grazie a questa nuova consapevolezza della sua vera natura, ha trasceso l’idea di se stesso come individuo separato, vede al di là del gioco ed è pronto ad uscirne, perché non lo considera più degno delle sue fatiche.
Ma chi è pronto a questa rinuncia? Ovviamente, ciò che rimane del vecchio soggetto egoico inebriato da questa scoperta. È lo stadio in cui il Buddha esclamò: “Ora ti vedo, costruttore, e non costruirai mai più questa mia dimora. Tutte le travi sono rotte, la capriata è crollata. Ogni desiderio è estinto e la mente riposa nel nirvana.”.
Forse questo momento coincide con il pralaya, la dissoluzione finale dell’universo, quando il pensiero concettuale cessa davanti alla scoperta che l’universo manifesto è un’illusione.
Ma la filosofia dell’advaita (la non dualità) va ancora oltre: ammette l’illusorietà dell’universo manifesto, ivi compreso l’individuo umano, e questo è il suo aspetto trascendente, ma nello stesso tempo non vieta all’individuo illusorio di continuare il gioco. Il cercatore, diventato un saggio, continua a giocare a nascondino, a giocare al gioco del bene che si oppone al male, del successo opposto al fallimento, sapendo perfettamente che è un gioco. Sa che l’universo, benché illusorio come un’ombra, appare solo perché sorretto dall’assoluto immanente. Ciò significa che l’aspetto trascendente della manifestazione (la sua illusorietà) va assieme all’aspetto immanente e che l’illusorietà è l’aspetto oggettuale del soggetto assoluto. L’universo manifesto è ovviamente un’illusione, ma questa illusione non sarebbe apparsa senza la base dell’assoluto immanifesto. La manifestazione è presente, ma la sua presenza è un’apparizione nella coscienza. Le immagini appaiono sullo schermo, ma non avrebbero potuto apparire in assenza di schermo.
È così che il saggio illuminato si è liberato dalla schiavitù degli opposti.”

Bene, e con questo abbiamo terminato con La verità definitiva di Ramesh Balsekar.
A presto col prossimo articolo di approfondimento.

Fosco Del Nero

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