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Paramhansa Yogananda

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On 19 Aprile 2021
Last modified:19 Aprile 2021

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Dopo la recensione di "Ridi con Yogananda", ennesimo libro di Paramhansa Yogananda recensito sul sito, ecco il susseguente articolo di approfondimento, con alcuni brani tratti dal libro in questione.

Ridi con Yogananda – Paramhansa Yogananda (spiritualità)Titolo: Ridi con Yogananda.
Autore: Paramhansa Yogananda
Argomenti: biografia, spiritualità, esistenza.
Editore: Ananda Edizioni.
Anno: 2017.
Voto: 7.
Recensione: qui.
Dove lo trovi: MacrolibrarsiIl giardinoAmazon.

 

Dopo la recensione di Ridi con Yogananda, ennesimo libro di Paramhansa Yogananda recensito sul sito, ecco il susseguente articolo di approfondimento, con alcuni brani tratti dal libro in questione.
Normalmente negli approfondimenti includo diverse citazioni, in numero discretamente cospicuo, trattandosi solitamente di brani brevi.
Stavolta però ho fatto una scelta di segno opposto, preferendo proporre tre storielle non eccessivamente lunghe come storie, ma certamente lunghe come citazioni.

Unica eccezione, la seguente citazione brevissima su canto-mantra-devozione.
“Cantare è metà della battaglia.
Il canto devozionale risveglia l’amore e la gioia nel cuore.”

La prima storia è discretamente conosciuta: afferisce i desideri terreni, la ruota della rinascita, il distacco e l’evoluzione spirituale.
“C’era un uomo che amava Dio e aveva raggiunto un certo progresso spirituale, ma aveva anche alcuni desideri terreni ancora da soddisfare. Alla fine della sua vita, un angelo gli apparve e gli chiese: “C’è ancora qualcosa che desideri?”.
“Sì”, disse l’uomo, “Per tutta la vita sono stato debole, magro e malaticcio. Nella mia prossima vita vorrei avere un corpo forte e sano.”
Nella vita seguente gli fu dato un corpo forte, grande e sano. Ma era povero, e trovava difficile mantenere adeguatamente nutrito quel corpo così robusto. Alla fine, ancora affamato, giaceva sul letto di morte. L’angelo gli apparve nuovamente e gli chiese: “C’è qualcos’altro che desideri?”.
“Sì”, rispose l’uomo, “Per la mia prossima vita, vorrei un corpo forte e sano, e anche un conto in banca nello robusto!”
La volta successiva ebbe un corpo forte e sano ed era anche ricco. Col tempo, però, cominciò a dispiacersi di non avere nessuno con cui condividere la sua buona sorte. Quando la morte arrivò, l’angelo gli chiese: “C’è qualcos’altro?”.
“Sì, per favore. La prossima volta vorrei essere forte, sano e ricco, e anche avere una brava donna per moglie.”
Nella vita seguente gli vennero date tutte queste benedizioni. La moglie era una brava donna, ma sfortunatamente morì ancora giovane. Per il resto dei suoi giorni, l’uomo pianse la sua perdita; venerò i suoi guanti, le sue scarpe e altri suoi oggetti che gli erano cari. Mentre stava morendo di dolore, l’angelo gli apparve nuovamente e gli chiese: “E adesso cosa vuoi?”.
“La prossima volta”, disse l’uomo, “vorrei essere forte, sano e ricco, e anche avere una brava moglie che viva a lungo.”
“Sei sicuro di aver pensato a tutto?”, chiese l’angelo.
“Sì, sono sicuro: stavolta è proprio tutto.”
Nella vita seguente ricevette tutte quelle cose, inclusa una brava moglie che visse a lungo. Il guaio fu che visse troppo a lungo! Invecchiando, l’uomo si innamorò della sue bella e giovane segretaria, e finì per lasciare la sua brava moglie per quella ragazza. Ma la ragazza voleva solo il suo denaro; quando riuscì ad impadronirsene, se ne andò con un uomo molto più giovane. Alla fine, mentre l’uomo giaceva morente, l’angelo gli apparve di nuovo e gli chiese: “Beh, che cosa vuoi stavolta?”.
“Niente!”, urlò l’uomo, “Niente, mai più! Ho imparato la mia lezione. Ho visto che in ogni appagamento c’è una trappola. D’ora in poi, ricco o povero, sano o malato, sposato o celibe, qui su questa Terra o sul piano astrale, io voglio solo il mio Amato Divino. Ovunque ci sia Dio, solo lì c’è la perfezione”.”

Il secondo brano proposto riguarda il contrasto apparente tra mondanità ed eremitaggio; la vera differenza però non è esteriore, ma interiore (come sempre).
“Nel cuore profondo di una giungla indiana viveva un santo maestro con i suoi discepoli.
Lontani dal seducente richiamo dei desideri e dalle tentazioni dei sensi, questi innocenti dèi umani conducevano una vita pura e naturale, libera dai travagli delle innumerevoli speranze deluse.
Maestro e discepoli si svegliavano all’alba, spargevano le loro preghiere nel Grembo Divino con i raggi del sole, si nutrivano di frutti e radici e dormivano in grotte scavate dalla natura alle pendici delle colline boscose.
Il discepolo Rama aveva rinunciato consapevolmente alle comodità della dimora paterna ed era entrato nell’eremitaggio per vivere con semplicità.
Con il tempo, però, Rama cominciò a mostrare anche nelle questioni metafisiche il suo abituale spirito meticoloso e ipercritico, e iniziò a trovar da ridire sui semplici compiti e doveri dell’eremitaggio.
Il maestro lo aveva messo in guardia dagli atteggiamenti estremi, tuttavia un giorno Rama gli disse: «Venerabile signore, sento di aver lasciato una famiglia solo per essere entrato a far parte di una famiglia più grande. A casa avevo dei doveri da assolvere, ma qui devo fare lo stesso. Lì, mangiavamo, ci occupavamo del cibo e della pulizia, ci volevamo bene, sognavamo e dormivamo insieme, e ora qui facciamo le stesse cose. Maestro, non ne posso più dei doveri materiali del vostro eremitaggio, che non fanno altro che sostituire i doveri terreni di cui mi occupavo a casa. Voglio lasciare tutto ciò che è materiale e vivere in solitudine nel tempio della contemplazione».
Il maestro lo ammonì: «Figlio mio, puoi andare, ma stai attento a non cadere nella rete dell’illusione vivendo circondato dai tuoi pensieri sbagliati. Puoi fuggire dalle folle di persone buone, che sono migliori delle folle di persone mondane, ma sarebbe assai difficile per te sfuggire alla malsana ressa dei tuoi pensieri irrequieti, che potrebbero portarti fuori strada».
Rama non prestò attenzione alle suppliche dei suoi compagni e al consiglio del maestro e si avviò alla ricerca di un luogo solitario. Per essere libero da ogni impedimento, lasciò all’eremitaggio i suoi pochi averi e portò con sé solo due pezzi di stoffa con cui cingersi i fianchi e una ciotola per l’acqua e le elemosine. Alla fine della giornata trovò un luogo tranquillo sulla cima di una collina, poco distante dalla giungla e dal villaggio. Per ripararsi, scelse un pianoro roccioso all’ombra di un grande albero frondoso.
La prima notte trascorse pacificamente, benché il suo sonno fosse cullato dall’ululato degli sciacalli e dal ruggito delle tigri della giungla. Con il sorgere del sole, però, Rama constatò con sgomento che un topolino aveva rosicchiato il suo secondo pezzo di stoffa, appeso a un ramo dell’albero sopra il bivacco. La sua ciotola, inoltre, era stata rubata da un ladro silenzioso: una scimmia notturna.
Rama pensò: «Padre Celeste, ho lasciato ogni cosa per Te e adesso Tu hai preso la mia ciotola e hai mandato un topo a rovinare l’ultima cosa che possiedo, il mio pezzo di stoffa!».
Proprio in quell’istante, un abitante del villaggio che stava camminando nei pressi dello sperone di roccia si fermò per porgergli i suoi rispetti. Vedendolo preoccupato, gli chiese: «Venerabile santo, vi prego, ditemi che cosa vi affligge». Nell’udire la storia del pezzo di stoffa rosicchiato, gli consigliò: «Perché non prendete un gatto per tenere alla larga il topo?».
«È un’idea fantastica!» rispose Rama. «Ma dove posso trovare un gatto?».
«Non è un problema, ve ne porterò uno domani» gli disse l’uomo.
Il giorno seguente, il solitario Rama aggiunse ai suoi averi un gatto persiano dal lungo pelo. Così il problema del pezzo di stoffa fu risolto, perché il topo non voleva certo rischiare di incontrare il Dio Felino della Morte solo per un pezzetto di stoffa incartapecorito! Con una nuova ciotola per le elemosine, Rama si recava ogni giorno al villaggio per prendere un po’ di latte per il suo gatto.
Per un anno intero gli abitanti condivisero gratuitamente, senza protestare, il loro latte con Rama, finché un giorno l’anziano del villaggio gli disse: «Santo Rama, siamo stanchi di darti il latte».
«Ma come farà il mio gatto a sopravvivere?» chiese Rama.
«Perché non tieni con te una mucca?» gli consigliò il capo del villaggio. «Se vuoi, te ne darò una immediatamente».
Rama, fuori di sé dalla gioia, fece ritorno alla sua dimora tra le rocce con una mucca. Ora Rama, il gatto e la mucca formavano una bella famigliola e si rallegravano a vicenda nel muto linguaggio dell’affetto.
La mucca, tuttavia, conosciuta come “la mucca del santo”, pascolava liberamente nei campi di riso degli abitanti del villaggio, causando gravi danni.
Trascorse un altro anno e le storie delle razzie nei campi di riso da parte della “mucca del santo”, sempre perdonata e tollerata, crebbero a dismisura. Alla fine, gli abitanti del villaggio si recarono in gruppo da Rama, lamentandosi dei saccheggi della sua audace mucca.
«Ma come farò a nutrirla?» chiese Rama.
«Beh, non hai della terra? Ti daremo noi un appezzamento di dieci ettari» risposero in coro gli abitanti.
Rama ne fu entusiasta. Chiamò a raccolta i bambini del villaggio e, infervorandoli di divino entusiasmo, li convinse a costruire un eremitaggio, ad arare la terra, a nutrire il suo gatto e la sua mucca… in breve, a svolgere gratuitamente tutto il duro lavoro richiesto dalla sua fattoria!
Gli abitanti tollerarono in silenzio tutti questi santi privilegi per ben due anni, finché scoprirono di non poter più convincere i figli a svolgere gli stessi doveri nella propria casa.
Allora si recarono in gruppo da Rama e gli dissero: «Vostra santità, non possiamo più permettere che i nostri figli vengano a lavorare per voi, perché nel frattempo le nostre fattorie vengono trascurate».
«Ma come farò a mandare avanti la mia fattoria senza l’aiuto dei vostri figli?» chiese Rama.
«Perché non vi trovate una compagna e non mettete al mondo dei figli vostri? Non c’è uno solo di noi che non sarebbe felice di darvi in sposa una delle proprie figlie in età da marito. Sarebbe un onore, perché sareste un meraviglioso marito spirituale» esclamarono in coro gli abitanti.
«Che idea brillante!» rispose Rama.
Trascorse un mese, e mentre Rama stava preparandosi alle nozze, il suo maestro, che aveva udito il richiamo dell’intuizione, giunse in suo soccorso. Nel vedere Rama, gli disse: «Credevo che avessi lasciato l’eremitaggio per liberarti dei compiti materiali che dovevi svolgere lì, ma vedo che hai un gatto, una mucca, della terra e una casa, e ho pure sentito che stai per sposarti! Che succede?».
«Maestro» esclamò Rama «è tutta colpa di un pezzo di stoffa! Ho preso il gatto per salvare il pezzo di stoffa, poi ho preso la mucca per sfamare il gatto, ho accettato la terra per avere il foraggio per la mucca e adesso avevo pensato di sposarmi e avere dei figli che lavorassero nella fattoria, perché gli abitanti del villaggio si rifiutano di farmi aiutare dai loro bambini!».
Maestro e discepolo scoppiarono insieme in una allegra risata, dopo di che Rama lasciò la sua nuova famiglia e la sua fattoria e tornò a vivere sotto la benevola e saggia influenza dell’eremitaggio nella giungla.
Questa storia ti ricorda che se hai intenzione di lasciare il mondo per Dio, devi assicurarti di rinunciare ai pensieri mondani dentro di te; altrimenti, ovunque andrai, la tua mondanità ti accompagnerà e attirerà a te un altro ambiente mondano.”

Il terzo e ultimo brano è ugualmente simpatico e didattico: siamo di nuovo alle prese con Rama, questa volta nelle vesti di sentinella di un tempio ricco di tesori… ancora una volta, esteriori e interiori.
“Tulsidas, un santo profondamente devoto, era solito adorare un’immagine di Rama, il grande profeta dell’India. Alcuni suoi ricchi seguaci, conquistati dalla sua intensa devozione, gli donarono molti oggetti d’oro da usare per le cerimonie del tempio. Tulsidas, tuttavia, mentre meditava profondamente su Rama, era spesso preoccupato che qualcuno rubasse quegli oggetti preziosi.
In effetti i suoi timori non erano del tutto infondati, poiché un ladro era venuto a conoscenza da una fonte attendibile della presenza di quegli utensili e, sapendo che il tempio non era mai chiuso a chiave, aveva cercato ogni notte, in segreto, l’opportunità di rubarli. Ma ogni volta che aveva provato a sottrarli, aveva visto l’immagine vivente del profeta Rama che faceva la guardia all’ingresso del tempio.
Tulsidas lasciava il tempio aperto e di notte era solito meditare sotto un pergolato di fiori fragranti, a un centinaio di metri di distanza. Ciò che lasciava perplesso il ladro era che di giorno non c’erano sentinelle, mentre per sette notti di fila egli aveva visto il profeta Rama, con arco e frecce, di guardia all’ingresso. Non poteva essere Tulsidas travestito, poiché il ladro, prima di cercare di entrare nel tempio, si assicurava sempre che il santo fosse immerso nella profonda meditazione sotto il pergolato fiorito.
Sconcertato, una mattina il ladro si vestì da gentiluomo e si recò da Tulsidas, dicendo: “Venerabile signore, per sette notti ho cercato di entrare nel vostro tempio per meditare e ricevere un po’ di vibrazioni spirituali, ma non ho osato farlo perché ho visto la sentinella che avete assunto, vestita come il profeta Rama e armata di arco e frecce, fare minacciosamente la guardia all’ingresso. Ho sentito dire che non chiudete mai a chiave la porta, neppure di notte, perché invitate sempre i veri devoti a meditare, e mi dispiace di non essere potuto entrare.”
“Davvero avete visto Rama a guardia del tempio?”, chiese Tulsidas con gli occhi umidi di lacrime, “Caro signore, mi dispiace, chiederò alla mia sentinella di non fare più la guardia all’ingresso, così che voi possiate godervi la visita al tempio in qualunque momento.”
Il santo comrpese che i suoi timori per la perdita degli oggetti d’oro avevano costretto il profeta Rama a materializzarsi come guardiano del tesoro. Egli sapeva intuitivamente che quell’uomo traversitto da gentiluomo era in realtà un ladro.
Tulsidas si ritirò nel tempio e meditò tutto il giorno, pregando Rama: “Signore, portate via i miei oggetti d’oro e smettete di assumere il ruolo di sentinella tutta la notte, senza dormire. Mi vergogno di avervi disturbato con le mie paure”. Rama apparve in visione al suo devoto e accolse la sua preghiera.
Quella sera, rassicurato dalla promessa che non ci sarebbero state sentinelle e dopo aver controllato che Tulsidas fosse assorto in profonda meditazione sotto il suo albero preferito, il ladro attraversò ancora una volta furtivamente il cortile del tempio per rubare gli utensili d’oro. Non c’era alcuna divinità a guardia del tempio nella muta tranquillità della notte. In punta di piedi, il ladro si avvicinò alla porta d’ingresso e la spinse dolcemente per entrare. Nn trovò nessuno all’interno, così ammucchiò in tutta fretta la maggior parte degli oggetti d’oro, li mise in un sacco di juta e si allontanò a grandi passi dal tempio. S’imbatté, tuttavia, in un cane randagio, che cominciò ad abbaiargli contro e a inseguirlo. Il ladro, con l’oro tintinnante sulla schiena e il cane alle calcagna, cominciò a correre per mettersi in salvo.
Tulsidas aveva appena finito di meditare e stava riposando sotto l’albero, in attesa del ritorno del ladro. Nell’udire il latrato del cane, il rumore di passi frettolosi e il tintinnio degli utensili d’oro, Tulsidas entrò nel tempio e scoprì la perdita di quasi tutti gli oggetti. Riunì in fretta quelli rimasti, li annodò in un fazzoletto e si precipitò nella direzione da cui proveniva il latrato del cane. Poiché conduceva una vita devota e sana, egli corse veloce come un cervo e raggiunse il ladro, il quale, colmo di rimorso e quasi fuori di sé dalla paura, cadde ai suoi piedi esclamando: “O santo misericordioso, vi prego, riprendetevi i vostri utensili. Non li voglio. Vi supplico, non consegnatemi alla polizia, perché ho una famiglia da mantenere”.
Il santo rise e, dando al ladro degli affettuosi colpetti sulla schiena, gli consegnò il resto degli utensili d’oro, dicendo: “Figliolo, non ti ho inseguito per arrestarti, ma per darti il resto degli oggetti che hai dimenticato nella fretta. Sono felice che tu me li porti via, perché mi distraggono dalla meditazione sul mo amato Rama. Tu ne hai molto più bisogno di me, prendili con le mie benedizioni. La prossima volta, però, quando ti servirà qualcosa dal tempio, ti prego di non rubarlo avvelenando la tua vita spirituale, ma di rivolgerti a me e io ti darò volentieri ciò di cui avrai bisogno”.
Il ladro rimase sbalordito di fronte all’incredibile distacco di Tulsidas dai beni terreni, nonché dalla devozione, generosità e capacità di perdono che egli aveva dimostrato. Premendo i piedi del santo contro il proprio petto, il ladro disse tra i singhiozzi: “Venerabile santo, sono un ladro di professione, ma non ho mai incontrato un ladro più grande di voi. Oggi mi avete rubato tutto: corpo, mente, desideri, aspirazioni, cuore, la mia stessa anima, inclusi gli utensili d’oro che mi avete donato. Non voglio più essere un ladro di oggetti perituri, ma un ladro di anime come voi, così da poterle rubare per Dio”.
Detto questo, il ladro ormai divenuto discepoli seguì Tulsidas nel tempio e da quel giorno in poi essi camminarono, sognarono e amarono Dio insieme, finché i loro corpi caddero come la pelle scartata dal serpente e le loro anime, rigenerate e redente, trovarono rifugio nel cuore dell’Infinito.
Questa storia ci insegna che l’amore per Dio deve essere supremo. Devi lasciar andare tutti i desideri per gli oggetti perituri. Questo non ti renderà negativo o privo di gioia, ma ti porterà la sincera, perenne, sempre nuova e sempre più intensa gioia di Dio, per l’Eternità.”

Il lungo articolo di approfondimento su Ridi con Yogananda di Paramhansa Yogananda è terminato.
Al prossimo libro di Yogananda e al prossimo articolo di approfondimento.

Fosco Del Nero

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