Review of: Il terzo occhio
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Lobsang Rampa

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4
On 8 Agosto 2022
Last modified:19 Settembre 2022

Summary:

Avevo da tempo a casa, procuratomi non mi ricordo quando o come, "Il terzo occhio", libro scritto da tale Lobsang Rampa nell’ormai lontano 1956 e una sera ho iniziato a leggerlo...

Il terzo occhio - Lobsang Rampa (narrativa)Titolo: Il terzo occhio (The third eye).
Autore: Lobsang Rampa.
Argomenti: narrativa, spiritualità.
Editore: Mondadori.
Anno: 1956.
Voto: 7.
Approfondimento: qui.
Dove lo trovi: MacrolibrarsiIl giardino, Amazon.

 

Avevo da tempo a casa, procuratomi non mi ricordo quando o come, Il terzo occhio, libro scritto da tale Lobsang Rampa nell’ormai lontano 1956 e una sera ho iniziato a leggerlo, credendo che il titolo fosse fedele riflesso del contenuto, e che si trattasse di un testo di saggistica.

Non era proprio così, per diversi motivi.
Intanto, tecnicamente il testo si propone come un’autobiografia, nel senso che chi scrive parla del suo passato di bambino, e precisamente di un bambino figlio di un’importante famiglia tibetana che viene inviato a fare il monaco presso una lamaseria, dove verranno presto notati i suoi talenti. Il bambino, così, viene cresciuto dapprima come apprendista, poi come monaco, poi come giovane lama e anche come iniziato, guidato sempre dal lama anziano Mingyar Dondup.

In tutto ciò, la questione del “terzo occhio”, o altre tematiche esoterico-evolutive, non è trattata quasi per niente, se non per fini narrativi.
Non c’è quindi né teoria saggistica, ne esercizi o tecniche di vario tipo.

La classificazione de Il terzo occhio penderebbe così dal lato dell’autobiografia… se poi non si scoprisse che Lobsang Rampa è un nome che si è messo tale Cyril Henry Hoskin, un uomo inglese che in Tibet non c’era mai stato.
A questo punto il testo finirebbe nella narrativa.

Se non fosse che, dopo ancora, si scopre che il suddetto uomo inglese, di punto in bianco, cambiò vita: abbigliamento da tibetano, barba lunga, diversa personalità, lingue antiche… e affermava che, a seguito di un incidente con tanto di commozione cerebrale, ne era uscito diverso, con ricordi e carattere differenti.
Da quel momento, egli scrisse venti libri, dal 1956 al 1980, al ritmo di quasi uno all’anno. E non libri di scarso esito, ma best seller internazionali.

Se non fosse che… qualcuno sostiene che l’uomo sia morto in verità nel 1970 e che, per motivi di convenienza commerciale (o, al contrario, per screditare in generale il lavoro dell’autore), siano continuati a uscire libri sotto suo nome, i quali sarebbero tuttavia assai diversi per qualità e contenuti dai primi. Qualcun altro invece ipotizza che in quel periodo sia cessata la canalizzazione da parte del lama tibetano e che sia così rimasto l’uomo inglese, privo però di qualsiasi conoscenza esoterica, cosa che si sarebbe evinta con chiarezza da un certo punto in poi.

Ad ogni modo, una cosa sicura è che Il terzo occhio è il primo libro del lungo elenco di venti libri.

Fatta questa lunga introduzione, ecco il mio commento a Il terzo occhio: il titolo è ingannevole, e già con questo il testo parte male, anche perché il lettore non ci mette molto a constatare che dell’argomento promesso c’è appena l’ombra, e giusto accennata.
La narrazione tuttavia è avvincente, e racconta di un Tibet fascinosissimo e di un addestramento monacale rigorosissimo.
Se il testo è decisamente più narrativo che saggistico, non mancano alcuni contenuti interessanti, che in verità riportano leggi esistenziali ben precise (karma, reincarnazione, aura, energie interiori, passato della Terra, etc); in ogni caso, dunque, c’è stato uno studio dietro… e su più fronti.

Nel complesso, personalmente ho gradito Il terzo occhio di Lobsang Rampa, nonostante la poca chiarezza del titolo e dei contenuti del testo (oltre che dell’autore!), tanto che in avvenire probabilmente mi leggerò qualcos’altro del personaggio in questione… chiunque fosse.

Fosco Del Nero

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