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Parole di Potere

La guarigione è dei pazienti - Maria Gabriella Bardelli (salute)Titolo: La guarigione è dei pazienti.
Autore: Maria Gabriella Bardelli.
Argomenti: salute, medicina.
Editore: Edizioni L’Età dell’Acquario.
Anno: 2012.
Voto: 6.5.
Recensione: qui.
Dove lo trovi: MacrolibrarsiIl giardinoAmazon.

 

L’approfondimento di questa volta è dedicato al libro La guarigione è dei pazienti, di Maria Gabriella Bardelli, libro che unisce, o almeno si propone di farlo, la Nuova Medicina Germanica di R.G. Hamer con la Metamedicina di Claudia Rainville.
Non mi sono segnato tante citazioni, ma quelle poche vado a proporvele.
Ne abbiamo quattro della stessa Maria Gabriella Bardelli, e tre di Bert Hellinger, che ogni tanto vien citato nel testo.

Il primo brano proposto è breve, e riguarda la visione del singolo essere umano.
“Non è tanto importante cosa è accaduto nella vita di una persona, ma come questa lo ha vissuto.
Proprio perché noi vediamo le cose come sono, ma come noi siamo.”

Il secondo brano è un po’ più lungo, ed è un’interessante osservazione sul modo di concepire la medicina proprio a partire da quanto tempo si dedica al processo di guarigione, poco o molto.
“Il primo degli aforismi di Ippocrate, che per 200 anni godettero di immensa fortuna tanto da essere tenuti in conto come la Bibbia del medico, diceva: “La vita è breve. L’arte è lunga”.
Lunga è l’arte della medicina, mentre breve è la vita dell’uomo. La medicina era definita “ars longa”. Un’arte lunga, lenta, paziente. Non sarà un caso che chi si rivolge al medico si chiami “paziente”. Al tempo di Ippocrate era in qualche modo ben radicata l’idea che il tempo avesse a che fare con la guarigione e che il più giusto degli atteggiamenti da parte del malato fosse quello di prendersi tempo.
Oggi sembra vero il contrario. Il primo forse a sembrare impaziente è il medico, prima di tutto a causa del protocollo a cui deve attenersi, che lo porta a non avere tempo, a intervenire e a prendere decisioni velocemente anche laddove non vi è una reale urgenza. Non esiste più l’idea che il corpo e la natura abbiano bisogno di tempo per “guarire”, piuttosto ci si affanna a fare le cose a tempo: il male avanza e occorre efficienza, tempestività e prevenzione. Il paziente è pressato dal medico che per il suo bene gli chiede il consenso per poter intervenire e contrattaccare i nemici quanto prima.”

Andiamo avanti, stavolta citando Antoine Béchamp, oltre che la stessa Metamedicina della Rainville.
“Il famoso scienziato (chimico e biologo) Antoine Béchamp (1816-1908) aveva affermato che non è sugli agenti esterni (batteri, virus e funghi) che è importante agire, ma sul terreno organico: se il terreno è sano e in armonia può mettere in campo i suoi meccanismi di autoguarigione.
Così la Metamedicina (fondata da una biologa) sostiene che se vi è un sintomo, vi è una causa emotiva. Allora che senso ha agire sul sintomo se non si interviene sul terreno che ne è all’origine?”

La quarta citazione di Maria Gabriella Bardelli proposta è tanto sintetica quanto bella e di valore: ci parla di rabbia, dolore e amore.
“Là dove c’è tanta rabbia, c’è tanto dolore.
E là dove c’è tanto dolore, c’è tanto amore.
La rabbia nasconde il dolore, e il dolore nasconde l’amore.”

Passiamo ora ai tre brani di Bert Hellinger, lo psicologo creatore delle Costellazioni familiari sistemiche.
Il primo brano ci parla ancora di paura, contrapposta alla fiducia.
“Chi ha paura che non vi sia più tempo per compiere qualcosa perde il contatto con la propria anima e diventa frenetico.
Chi è tranquillo confida in qualcosa di più grande, in un movimento che lo guida e lo sostiene.”

Il secondo brano, invece, ci mostra che il luogo di nascita è sempre quello perfetto: qua chiamiamo in causa tanto il destino quanto il principio di perfezione.
“Un bambino nasce in una determinata famiglia. Ha determinati genitori che provengono da un determinato popolo, stirpe, cultura e religione.
Il bambino non ha alcuna possibilità di scegliere.
Un albero non può scegliere il luogo dove crescere.
Il luogo giusto è quello dove è caduto il seme.”

L’ultimo brano, e di Hellinger e del libro, allarga ulteriormente il tiro, passando da fiducia e perfezione alla divinità.
“Per ognuno di noi il luogo dei genitori è l’unico possibile e quindi anche il solo giusto. Per ogni uomo il popolo a cui appartiene, la sua lingua, la sua razza, la sua religione sono gli unici possibili e quindi giusti…
Quando il bambino prende la vita come gli viene donata, senza domande, quando accetta la vita con tutto ciò che comporta in termini di destino, possibilità e limiti, gioia e dolore, non solo si apre ai propri genitori, non solo a un determinato popolo, non solo a una determinata cultura e a una determinata religione: si apre a Dio e a tutto ciò che immaginiamo vi sia dietro a questo nome.”

Abbiamo con ciò terminato col libro La guarigione è dei pazienti di Maria Gabriella Bardelli.
Alla prossima occasione.

Fosco Del Nero

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Mamma, papà, vedo la luce - Evelyn Elsaesser-Valarin (narrativa)Titolo: Mamma, papà, vedo la luce (Le pays d’ange).
Autore: Evelyn Elsaesser-Valarino.
Argomenti: new age, narrativa.
Editore: Stazione Celeste Edizioni.
Anno: 2005.
Voto: 4.5.
Recensione: qui.
Dove lo trovi: MacrolibrarsiIl giardinoAmazon.

 

Mamma, papà, vedo la luce, di Evelyn Elsaesser-Valarin, è un libro che non offre molti spunti, o almeno spunti come li intendo io, un po’ per la sua forma narrata e un po’ per la sua energia naif che alterna cose vere e ben note nell’esoterismo a fumosità new age.

Tuttavia, qualcosa mi sono segnato e quel qualcosa vi propongo.

La prima citazione ci parla di incubi e risveglio.
“Gli incubi hanno di positivo che provocano un immenso sollievo quando finiscono.
E io quando mi sarei svegliata?”

Il secondo brano tratto da Mamma, papà, vedo la luce, più lungo, ci parla dell’essenza universale che si incarna ora in questo e ora in quello.
“L’essere assoluto esiste già, ma nella sua forma d’espressione come essere umano adotta temporaneamente un corpo fisico, che abbandonerà al momento della “morte”, al fine di poter assumere di nuovo un’altra delle sue forme d’espressione.
Questo significa che la natura intrinseca dell’“essere assoluto” rimane immutata. Ognuna delle forme d’espressione, o aspetti, è quindi vera, reale e consistente e può essere osservate nel suo specifico contesto.
Possiamo quindi considerare il morire come un processo transitorio che permette all’essere umano di assumere un’altra delle sue forme d’espressione e, grazie a questo, attivare un altro dei suoi possibili aspetti. Morendo gli esseri umani cambiano forma di esistenza, ma non per questo cessano di esistere.
A ogni forma d’espressione dell’essere assoluto sono associate alcune proprietà. A seconda di quale sia lo stato attivato, vengono attivate le capacità che gli sono inerenti.”

Terzo brano, questo sulla fiducia.
“Nessuno viene lasciato solo, a condizione di avere fiducia, perché è questo che consente di riconoscere i segni.”

Andiamo avanti, con una frase flash sulla morte, e sul fatto che in realtà essa sia molto meno triste di quanto ci hanno insegnato che sia.
“Non c’è nulla di triste nella morte.”

Altra frase lampo, questa sul processo trasformazionale… nel quale non si perde niente di quanto maturato.
“Nulla si perde, nulla scompare, tutto si trasforma.”

Ultimo brano proposto, anche questo sul tema della morte… stavolta abbinata all’attaccamento, uno dei problemi principali del genere umano odierno.
“Morire è semplicissimo. Basta che lasci andare il mio attaccamento, che mi riposi, che lasci che il mio destino si compia.
È il contrario di un atto volontario, è piuttosto un atto di fiducia.”

E così abbiamo terminato con Mamma, papà, vedo la luce di Evelyn Elsaesser-Valarin.
A presto e al prossimo articolo di approfondimento.

Fosco Del Nero

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Ritorno a casa - Radhanath Swami (esistenza)Titolo: Ritorno a casa (Journey home).
Autore: Radhanath Swami.
Argomenti: esistenza, spiritualità.
Editore: Eifis Editore.
Anno: 2010.
Voto: 6.5.
Dove lo trovi: MacrolibrarsiIl giardinoAmazon.

 

Ritorno a casa di Radhanath Swami vuol essere una sorta di Autobiografia di uno yogi dei tempi moderni. C’è un’esperienza lunga, per quanto non come nel libro di Yogananda, c’è un ricercatore che diventa uno swami (un monaco di particolare rilievo, sorta di insegnante, in questo caso interno al movimento Hare Krishna, internazionalmente noto come ISKCON), ci sono di mezzo America e India, per quanto in ordine inverso, ci sono anche alcuni personaggi in comune, come la bellissima Ananda Moyi Ma, e a testimonianza di tale parallelismo c’è anche il sottotitolo di Ritorno a casa: Autobiografia di uno swami americano.

Purtroppo, non c’è lo stato di consapevolezza di Yogananda.
Per carità, non si sperava tanto, ma confidavo in qualcosa in più, e invece il libro arriva alla sua fine, dopo oltre 400 pagine di un volume ben rilegato, con uno stato di consapevolezza ancora acerbo.
Purtuttavia, mi è piaciuto molto leggere Ritorno a casa, ho simpatizzato molto con Radhanath Swami (anche per il fatto di essere stato in alcuni dei posti descritti nel libro, tra sud, nord e capitale dell’India) e non è escluso che, nonostante il libro sia un discreto mattone come dimensioni, lo possa rileggere in futuro.

Il libro mi è piaciuto più di quanto dica la valutazione numerica, che lascia sempre il tempo che trova, mentre contano di più le motivazioni a parole.
Mi è piaciuto più di quello perché contiene un anelito verso la ricerca interiore di grande portata, che spinge un 18enne americano degli anni “60, con le difficoltà pratiche e culturali di quegli anni, a viaggiare prima verso l’Europa, poi attraverso l’Asia e infine nell’India alla ricerca di Dio, di una pratica interiore da portare avanti tutta la vita, e di un guru cui affidare la propria esistenza.

Se dovessi sintetizzare con una parola Ritorno a casa, ma in generale lo stesso Radhanath Swami, direi “devozione”…
… e infatti l’autore è finito a praticare il bhakti yoga, che per l’appunto è la via yogica della devozione e dell’amore-compassione.

In breve, il libro descrive il viaggio compiuto da Radhanath Swami, che nasce Richard, è soprannominato dagli amici Monk, viene poi soprannominato Krishnadas, e poi approda al nome di Radhanath, cui aggiunge infine il titolo dello swami, dai suoi 18 anni fino ai 20 anni, quando torna negli Stati Uniti dalla sua famiglia, ansiosa, dopo due anni di viaggio, ricerca e pratica presso tanti maestri, guru e discipline, alcuni di essi sinceri ed elevati ed altri di meno, di “riavere” il suo figlio.

Tra i nomi famosi, sono citati, perché incontrati dall’autore, Ananda Moyi Ma, Madre Teresa di Calcutta, Krishnamurti, Swami Muktananda, Maharishi Mahesh Yogi, Neem Karoli Baba, Swami Satchidananda, e altri ancora.
Insomma, Radhanath Swami non si è fatto mancare niente come personaggi, per non parlare della serie di incredibili coincidenze che gli faceva incontrare in Nepal o in India un suo amico d’infanzia di Chicago o una persona conosciuta in Europa.
In effetti le coincidenze sono talmente tante e talmente inverosimili, aggiunte anche ai numerosi episodi in cui egli avrebbe rischiato la morte, da rendere probabilmente molte persone perplesse o dubitanti sulla loro veridicità.

Questo, dal mio punto di vista, importa comunque poco, perché ciò che conta è unicamente il livello di consapevolezza presente in un testo, il quale ovviamente discende a cascata dalla realizzazione interiore di chi scrive.

Ebbene, Ritorno a casa mi è piaciuto più come avventura, quasi fosse un romanzo, che non come testo “evolutivo”. Dal primo punto di vista si distingue come un percorso di vita incredibile e incredibilmente coraggioso, avente alle spalle una forza e una fiducia notevoli, e una devozione via via crescente. Dal secondo punto di vista, si distingue in certi casi in positivo, quelli allineati con l’energia di amore e compassione, e in molti altri in negativo, quelli concernenti la conoscenza delle leggi dell’esistenza nonché altre realizzazioni interiori, mancanti.

Nonostante tale fattore, il libro di Radhanath Swami è assolutamente meritevole di lettura per il livello di devozione in esso racchiuso, che anzi potrebbe essere un ottimo modello per tanti. Per quasi tutti, in effetti, il che non è certamente poco.

Fosco Del Nero

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Non occorre cambiare il mondo.

Cambia semplicemente te stesso e avrai cambiato il mondo intero, perché tu ne fai parte. Se anche un solo essere umano cambia, il suo mutamento si irradierà in migliaia e migliaia di altre persone. Diventerà la scintilla di una rivoluzione che potrà generare un nuovo tipo di essere umano.

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